KEYSTONE/ AP Handout /Ellen DeGeneres/Twitter
3 min

Il mio io: l’arte del selfie

Il selfie più famoso e più condiviso è quello scattato dall’artista americana Ellen de Generesinsieme ad alcune star durante la cerimonia degli Oscar 2014. Sebbene tutti, ma proprio tutti sapessero che presentava gli Oscar, Ellen ha sentito comunque il bisogno di dire a tutti con un selfie: «Io c’ero!». O forse i selfie hanno anche un’altra funzione?

All’origine di questa forma d’arte c’è il mezzo che l’ha resa possibile: l’alquanto bizzarra trovata dell’industria di dotare i telefoni di fotocamera. Tutti si sono così ritrovati nelle mani uno strumento per riprendere soggetti importanti ed emozionanti in qualsiasi momento del giorno e della notte. Una possibilità che i più autocelebrativi tra noi hanno francamente interpretato come: «i soggetti più importanti ed emozionanti… accanto a me!». È così che è nato il selfie. Il selfie mi riprende davanti a un monumento, a un evento o in qualsiasi altra situazione, e sono io stesso a scattare la foto. Occorre dire che molti di noi spesso s’irritano quando notano che gli si punta contro l’obiettivo, sembrano però più benevoli con l’autoscatto. Si tratta di una forma d’arte molto diffusa, che con Instagram e Snapchat ha addirittura acquisito specifiche piattaforme di condivisione. E i selfie non possono che essere condivisi, altrimenti perdono il loro senso. Nessuno ha bisogno di così tanti autoritratti e del resto la mia faccia non cambia poi tanto davanti alla Torre Eiffel o nel giardino di casa. La sola condivisione non fa di un selfie un selfie, ma sicuramente gli dà valore. Che gli altri vedano me e il mio selfie è un fatto imprescindibile, proprio come a teatro la pièce ha molto più senso se vi è un pubblico.

via GIPHY
Il selfie serve forse in qualche modo a scoprire se stessi? Migliora il percorso di ricerca interiore? Aiuta a riconoscere cosa si nasconde nel nostro io più profondo? Non di rado, in rete, i giovani si presentano con un’immagine alternativa di sé. Sperimentano l’effetto che hanno sugli amici e cambiano colore di capelli, abbigliamento e linguaggio visivo. Sviluppano così la loro personalità e si danno un’«immagine». Il selfie è uno strumento che evidentemente permette di giocare in questo senso, senza dover creare messe in scena straordinarie; basta la cameretta o il tragitto a scuola. Ma questa spiegazione funziona per gli adolescenti.

I selfie non possono che essere condivisi, altrimenti perdono il loro senso.

Michael In Albon

Perché mai dunque adulti, cresciuti e vaccinati, continuano a fare selfie? Qualsiasi spiegazione cerchiamo di dare a questa domanda sarebbe pura speculazione e conterrebbe comunque una sua verità: amore verso se stessi, eccesso di zelo nella comunicazione, mania di far sapere tutto ciò che si fa, mania di apparire «giovani», risparmiarsi il francobollo delle cartoline, verificare senza dare nell’occhio se ci sono dei rimasugli di cibo nella barba, controllare se non si è esagerato con il rossetto.

Persino la ricerca si sta occupando del fenomeno

e sono già diversi i progetti che ne hanno fatto un oggetto di studio. Nel libro «Me, My Selfie and I» lo psicologo americano Jean M. Twenge indica nel selfie addirittura LA caratteristica distintiva tra generazione più anziana e ragazzi. Il selfie è sopravvissuto più a lungo dei normali trend in rete. E poiché è presente nelle nostre vite e ci ruba anche del tempo non indifferente, è giusto indagarne esattamente l’origine del bisogno, la funzione e come influenza noi e la percezione di noi stessi. Ann Ziegler, giovane studentessa di cinema presso l’HTW di Coira, ha dedicato la sua tesi di bachelor proprio a questo fenomeno, e io ho avuto modo di rispondere alle sue domande durante la ricerca. In un videoclip Ann Ziegle tocca i diversi aspetti del fenomeno dell’autoritratto digitale. E se le riprese con me fossero state un selfie, mi sarei sicuramente aggiustato la cravatta!

Lascia un commento

Il suo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati.*